Un certo tipo di scrittrice e scrittore non si limita a scegliere le parole: le colleziona, se ne nutre, le digerisce, le reinventa e ne è reinventato, senza sosta né possibilità di scampo. Accomunati dalla passione per i dizionari, l’infinita varietà del lessico, David Foster Wallace e i maestri del canone linguisticamente espressionistico, Alcide Pierantozzi e Christian Raimo discutono di linguaggio come strumento e come fine, come ossessione e liturgia, come malattia professionale e come cura per sopravvivere ai mali del mondo.
Alcide Pierantozzi (San Benedetto del Tronto, 1985) ha esordito a ventun anni con il romanzo Uno in diviso (Hacca 2006, Bompiani 2022), a cui sono seguiti L’uomo e il suo amore (Rizzoli 2008), Ivan il terribile (Rizzoli 2012), Tutte le strade portano a noi (Laterza 2015) e L’inconveniente di essere amati (Bompiani 2020). Per Einaudi ha pubblicato Lo sbilico (2025), finalista al Premio Strega 2026, vincitore del Premio Bergamo, del Premio Strega Deutschland e nella cinquina del Premio Campiello 2026.
Christian Raimo (Roma, 1975) ha pubblicato raccolte di racconti (la più recente è La vita che verrà, minimum fax 2021), saggi e romanzi tra cui, per Einaudi, Il peso della grazia (2012), Tranquillo prof, la richiamo io (2015) e La parte migliore (2018). Con il romanzo L’invenzione del colore (La nave di Teseo 2026) è stato candidato al Premio Strega e finalista al Premio Flaiano. Lavora come insegnante e giornalista. Il 1 settembre esce l’antologia Racconti di scuola, da lui curata per Einaudi.
